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Le sfide dello Smart Working: un tema da problematizzare

Tania Scacchetti, Segretaria Confederale Cgil Nazionale

Molto in questo periodo si sta scrivendo in tema di Smart Working (SW).

Lo si fa certamente in ragione della consapevolezza che da cambiamento improvviso si sta rapidamente trasformando in una rivoluzione permanente.

Se infatti non vi è alcun dubbio sul fatto che in questi mesi non si è fatto realmente Smart Working ma piuttosto una esperienza di lavoro da remoto forzata, spesso praticata in modo autarchico e sperimentale, dettata dalla necessità di protezione della salute e dalla necessità di evitare quanto più possibile gli spostamenti e gli assembramenti è altrettanto vero che questi mesi hanno consentito di metterne a fuoco i vantaggi e le opportunità, specie in termini di riduzione dei costi,  per le imprese, e  hanno indicato anche una generale gradibilità per i lavoratori, in molte circostanze anche pronti a rinunciare ad alcuni diritti per avere accesso al lavoro agile.

Allora è utile accantonare alle letture a unico senso che talvolta appassionano la stampa che passano dal racconto ottimista e progressista di chi vede nello SW la panacea di tutti i mali, lo strumento da diffondere ovunque per affermare diritto di conciliazione e libertà individuali al racconto di chi lo legge come strumento di nuova determinazione di disuguaglianza e di riduzione di diritti.

Lo Smart working può determinare a seconda delle condizioni soggettive di chi lo pratica e a seconda delle modalità organizzative con le quali lo si propone entrambe queste letture.

Per questo è utile evitare generalizzazioni e soffermarsi a riflettere ed indagare alcuni punti e questioni che questa trasformazione pone, anche a partire dalla lettura degli accordi che, fortunatamente e pur in assenza di obblighi legislativi, si stanno sottoscrivendo in molte realtà. 

Io ne voglio indicare tre, che certamente non hanno la pretesa di esaustività ma che mi paiono meritevoli di approfondimento.

Il primo punto riguarda riguarda il rischio di una trasformazione senza un reale progetto di revisione dei processi organizzativi , produttivi e anche culturali nelle imprese o nelle pubbliche amministrazioni.

Si tratterebbe quindi di da dare continuità alla parziale o totale remotizzazione del lavoro ma senza che si parta da una lettura dei processi organizzativi, da un cambio della cultura aziendale in senso più collettivista, da un diverso approccio manageriale e di coinvolgimento delle competenze aziendali.

Tutto indica che in questi casi le criticità, specie nel medio lungo periodo, rischiano di superare i benefici: accentuazione divari di genere, rischio segregazione ed isolamento, impoverimento delle relazioni e della crescita professionale.

Il secondo aspetto riguarda gli impatti dello Smart working sulle dinamiche contrattuali

In assenza di un ruolo della contrattazione collettiva, anche recuperando l’accordo individuale, non ci sarebbero comunque garanzie sufficienti di tenere conto delle esigenze sociali individuali più cedevoli rispetto alle esigenze della produttività e degli adattamenti organizzativi. Non è quindi “solo” il tema dei buoni pasto, ma della discussione che riguarda gli orari di lavoro, i tempi di riposo, le forme dell’esercizio del potere direttivo e i loro confini, il tema della redistribuzione della ricchezza prodotta e dei risparmi generati, il tema degli strumenti e del diritto alla privacy e alla protezione dei dati.

Non è un caso, quindi, che le migliori esperienze, quelle più significative e considerate di maggior efficacia sono quelle in cui è presente il confronto e l’accordo sindacale, perché basate su principi di collaborazione e di coordinamento.

Infine il terzo e ultimo aspetto che merita attenzione riguarda i cambiamenti indiretti che questa trasformazione propone, nelle abitudini, nei processi di mobilità, nella condivisione delle responsabilità familiari, nella configurazione dei servizi cittadini.

Tutti temi che costringono anche il Sindacato a una riflessione profonda, anche su come riportare queste riflessioni a una dimensione collettiva a fronte di un processo di individualizzazione che la pandemia rischia di avere accentuato.

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