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La quarantena riflessiva

Intervista a Eleonora Rizzuto, Direttore dello Sviluppo Sostenibile del Gruppo Bulgari e #LVMH Italia

di Alberto Adobati, Expert on Communication. Member of Idea Diffusa CGIL

Negli scorsi mesi un virus è stato capace di estendere in tempi rapidissimi la propria catena di contagio, si è trasformato in virus multinazionale ed ha raggiunto le dimensioni globali della pandemia. Oggi, per tutti noi, nulla è più come prima.

Le conseguenze sulle imprese multinazionali, sulle loro filiere e sui lavoratori che ne fanno parte potranno essere valutate solo in futuro e in base all’evoluzione dell’emergenza sanitaria tuttora in corso in molti Paesi. Ma è proprio su questo che si è concentrato l’Osservatorio di OpenCorporation, ovvero sull’analisi dei mutamenti in corso e dei nuovi scenari che si delineano. Viviamo infatti la fase transitoria che ci condurrà alla nuova normalità, perciò oggi più che mai vi è l’occasione di rendere le imprese multinazionali più trasparenti, inclusive e accessibili.

Durante la fase di lockdown abbiamo avuto occasione di confrontarci con molti rappresentanti delle quasi 600 multinazionali che, a partire da fine giugno, sono state invitate a integrare, verificare e correggere le informazioni pre-compilate dalle banche dati di OpenCoporation per affinare e comparare i loro rating su: Dialogo Sociale, Condizioni di Lavoro, Responsabilità Sociale d’Impresa, Gestione Finanziaria, Diversità e Inclusione Sociale, Politiche Aziendali sull’Accessibilità, Sostenibilità Ambientale, Impatto fiscale e Trasparenza. Molte sono state le novità introdotte nella scheda di valutazione aziendale OC 2020, tra le quali il dialogo con Business Human Rights, la mappa delle sussidiarie con georeferenziazione e l’indicatore di impatto fiscale aziendale. Il prossimo 18 dicembre 2020 è la data fissata per la terza edizione dell’OpenCorporation Day, in cui sarà presentato il ranking OpenCorporation 2020 e si discuterà dei cambiamenti in corso.

Oggi vogliamo riportare quanto emerso nell’intervista condotta in fase di quarantena a Eleonora Rizzuto, Direttore dello Sviluppo Sostenibile del Gruppo Bulgari e LVMH Italia, parte della multinazionale LVMH che ad oggi guida il ranking OpenCorporation davanti a ENEL e Allianz. La dottoressa Rizzuto è anche presidente di Aisec – Associazione italiana per lo sviluppo dell’economia circolare – nonché Coordinatrice nazionale Obiettivo 12 ONU per ASviS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. Con lei, quindi, abbiamo avuto occasione di riflettere sia in merito agli impatti della pandemia sulla filiera della moda e del lusso, sia sulle prospettive e le nuove priorità dello sviluppo sostenibile e dell’economia circolare alla prova del Covid 19.

Dottoressa Rizzuto, quali sono state le iniziative assunte da LVMH in Italia nei primi due mesi di lockdown nell’ottica della sostenibilità?

Diverse azioni sono state intraprese con prontezza e per due ordini di ragioni principali. La prima inerente all’approccio sostenibile del Gruppo, che in caso di emergenze come queste vuole essere in prima fila mettendo in campo azioni e risorse concrete, come attesta l’attenzione alla sostenibilità anche in condizioni normali e lo stesso rating di OpenCorporation ha rilevato. Dall’altra parte, riteniamo che qualsiasi multinazionale si posizioni nei prodotti di alta gamma debba garantire la sostenibilità a 360 gradi, ancor più in un momento di pandemia.

I primi interventi sono stati realizzati grazie al coordinamento tra i brand e gli enti locali con velocità e impegno, ma anche con la creatività tipica del nostro settore e del “made in Italy” applicata a fare cose concrete.

Possiamo riassumere le iniziative in due grandi categorie. I contributi di natura monetaria e i conferimenti da un lato: a esempio, Bulgari ha supportato l’ospedale Spallanzani di Roma, subito dopo aver isolato il virus, donando il microscopio a 3D. Molteplici poi sono state le donazioni ad altri ospedali, alla Croce Rossa, alla Protezione Civile, alle associazioni di volontariato. Con una caratteristica legata alla territorialità degli interventi, anche in favore di piccole realtà e piccoli Comuni, ma che danno continuità ai rapporti già creati in passato e col tessuto sociale delle zone in cui il Gruppo opera. Un esempio su tutti in tal senso: il DFS Venezia, cosiddetto “Fondaco”, ha partecipato all’implementazione dei posti letto dell’ospedale di Venezia, città già molto colpita da inondazioni e poi dal blocco del turismo.

L’altra categoria è quella di agire sul prodotto, in linea con il futuro della filantropia strategica. Ad oggi avevamo pochi casi di donazioni effettuate grazie alla vendita di un prodotto, mentre ora ad esempio Acqua di Parma, già molto attenta alla tracciabilità degli ingredienti dei profumi e delle creme, nel giro di una settimana ha inventato una piattaforma, #StayHome, una vera e propria campagna per la donazione, alla stregua del lancio di un prodotto. In pochissimi giorni ha raccolto 100mila euro che ha donato alla Regione Lombardia. Quello che sta cambiando, anche grazie all’uso delle tecnologie, è la possibilità di utilizzare l’intelligenza artificiale e l’innovazione a fini filantropici, con il cliente che è al tempo stesso anche donatore. E può decidere se acquistare un prodotto che ha già al suo interno una parte scorporata di prezzo destinata a una donazione tracciabile, oppure fare una donazione diretta collaterale all’acquisto.

Quale impatto la pandemia può avere sulla filiera della moda del lusso e quando si può prevedere la ripartenza?

La situazione in fase di quarantena ha presentato dimensioni drammatiche, e non solo a livello di grandi marche, con mancati incassi e un crollo del fatturato nel comparto stimato nell’ordine del meno 30/40% nei primi quattro mesi dell’anno. Ma con problemi che si estendono all’indotto, alle piccole realtà che vivono degli ordini delle grandi, ciascuna delle quali può avere anche cinque o seimila fornitori. Ognuno di questi più piccoli rischia di scomparire, perciò sono fondamentali gli interventi anche governativi a supporto dell’occupazione e dell’eventuale ricollocazione laddove non fosse più possibile riaprire.

Se fossero tre i mesi di stop, il moltiplicatore per recuperare i livelli di produttività precedenti potrebbe essere pari a cinque: in altre parole, una vera ripresa potrebbe arrivare solo dopo 18 mesi dall’inizio dell’emergenza sanitaria. Una forbice così ampia impone una risposta forte, nessuno può essere lasciato indietro, nessun fornitore e nessun lavoratore della filiera, ma molti mercati hanno rallentato davvero molto o si sono fermati a lungo.

La ripartenza dei siti produttivi è diversa da quella degli uffici, e anche all’interno di ciascuna azienda ci sono peculiarità in base alle regolamentazioni regionali e in funzione degli ordini da smaltire. Come per il settore automotive, ci si concentra sullo smaltimento dei magazzini per poi riaprire i siti produttivi. Il settore tessile e pellame è riuscito a ripartire quasi subito a livello produttivo, per almeno un 30/40% della capacità di produzione, anche per esigenze di manutenzione degli stock. Mentre negli uffici troviamo la punta più innovativa nella costruzione di nuovi equilibri, con incentivi allo smart working o comunque una modalità di lavoro mista con ingressi a rotazione (e qui il dialogo tra le parti sociali è fondamentale per stabilire le nuove regole), che può consentire di raggiungere un’efficienza anche maggiore rispetto a prima e nel rispetto delle esigenze dei lavoratori, che pare auspicabile. Vi sono naturalmente anche le iniziative di welfare per bilanciare vita privata e vita lavorativa, per far fronte al nuovo scenario che si sta creando, ma grazie all’esteso periodo di quarantena ora la necessità di “presenzialismo” pare superata a tutti i livelli della gerarchia.

Riuscirete a garantire la sicurezza sul lavoro in questo nuovo contesto?

In primis vi è stata un’assunzione di responsabilità per trasformare le filiere che potevano essere convertite, a partire dalla produzione delle mascherine per chi opera nel tessile per far fronte alla carenza di disponibilità su tutto il territorio italiano. Con anche interessanti esempi di applicazioni di economia circolare come quello dell’alcol non utilizzato nei profumi che è stato trasformato in gel disinfettante, e poi donato alla Protezione Civile. Tutto ciò messo a disposizione anche del personale all’interno del gruppo LVMH in fase di riapertura siti, con mascherine e disinfettanti a disposizione di tutti i lavoratori all’ingresso, unitamente ad altri dispositivi di sicurezza come termoscanner e i salvascarpe. Una volta assicurato il primo livello di sicurezza per il personale, prevediamo lo scaglionamento del personale con alternanza e il rispetto della distanza di un metro e anche molto più, oltre alla formazione continua su come gestire la situazione. Distanziamenti, applicazione di smart working e obbligo dei dispositivi di sicurezza sono punti fermi della ripartenza.

La fase di quarantena e le esigenze familiari conseguenti possono avere un impatto sulla differenza di genere in ambito lavorativo?

Storicamente la conciliazione delle esigenze familiari ha trovato nella formula del part-time la soluzione maggiormente utilizzata, con una netta prevalenza da parte della popolazione femminile. Forse questa pandemia aiuta a vedere con occhi nuovi il fenomeno, con uno smart working trasversale e con l’aiuto in casa e verso i figli anche da parte della popolazione maschile. Nonostante il peso anche culturalmente sia ancora più sulla mamma, in molti auspicano e constatano la tendenza verso la parità.

Come prevede l’evoluzione di dialogo sociale e contrattazione?

Avranno contenuti nuovi, con il sindacato che si deve occupare anche della gestione dello smart working, con le misure di controllo e sicurezza anche sulle imprese più piccole e non sempre dotate di rappresentanza, e così via. È auspicabile assistere a forti prese di posizione da parte del sindacato, che unitamente alle associazioni datoriali devono farsi portatori di misure controllabili ed efficacemente poste in atto negli ambiti lavorativi. Ora più di prima, mettendo al centro i temi della salute e della sicurezza che toccano tutte le categorie professionali e necessitano che un nuovo capitolo venga scritto, molto velocemente.

All’interno della filiera della moda e dell’abbigliamento, come si profila lo scenario italiano rispetto all’internazionale?

Anche questa è una sfida, quella di riavvicinare alcune filiere che erano fuori Italia o fuori Europa. L’impresa globale sta cambiando e con essa l’intera filiera, con produzioni a raggio corto e nuove catene di prossimità: iniziamo ad assistere a questo fenomeno non solo nel settore dell’abbigliamento ma anche, ad esempio, nell’agri-food. Nel campo moda molti imprenditori hanno già deciso di spostare le produzioni dall’estero in Italia, anche per sostenere il lavoro e il sistema paese.

Pensando ai Goal 2030, nella Sua veste di Coordinatrice nazionale Obiettivo 12 ONU per ASviS, immagina che le priorità si evolveranno o si sposteranno in qualche modo?

Ci sono molte implementazioni all’agenda 2030 che nel 2015 non erano così chiare. Possiamo fare due macro-considerazioni. La prima, di metodo: non è più possibile pensare a una governance interna del sistema paese in cui non si preveda un coordinamento interministeriale sulle varie tematiche di natura economica, sociale/welfare e ambientale. Questa della governance è una sfida molto difficile ma è certamente la vera chiave di svolta. L’altro aspetto riguarda la possibilità di cogliere le nuove opportunità chi si stanno aprendo per garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo. Facciamo un esempio concreto pensando al prezzo del petrolio, che negli ultimi tempi ha toccato picchi verso il basso mai raggiunti prima. Tale abbassamento impone una domanda: hanno ancora senso i sussidi alle fonti fossili oppure, almeno in quota parte, possono essere devoluti a settori che hanno bisogno di sviluppo, ponendo l’accento sull’implementazione dell’economia circolare.

A proposito di economia circolare, la pandemia rappresenta più un’occasione o un pericolo?

Qui riscontriamo correnti di pensiero molto diverse. Qualcuno vede questo momento come interessante, specie nel food con nuove buone pratiche già implementate, mentre in altri comparti sembrano esserci segnali di affaticamento causati dal fermo di alcune attività produttive.

I motivi di preoccupazione non mancano, a partire da uno degli elementi centrali dell’economia circolare rappresentato dalla dematerializzazione delle produzioni, ovvero senza attingere a materie nuove e recuperando quelle già in circolo. In quest’ottica la fase di lockdown non ha certo aiutato: se il Plast Mix non viene utilizzato dall’industria della ceramica perché ferma, ad esempio, l’accantonamento del Plast Mix deve infine essere smaltito destinandolo alla discarica o all’inceneritore. Altro esempio: l’industria del giocattolo presenta un’elevata componente di plastica riciclata, ma il rallentamento del comparto rischia di generare accumuli difficili da smaltire.

Un ulteriore fattore di rischio è l’educazione al consumo sostenibile e al consumatore, rispetto ai quali negli ultimi anni si era riusciti ad alzare i livelli di sensibilità. Ma ora, alla riapertura dei bar e dei ristoranti, siamo sicuri che si mantenga l’attenzione alla plastica riciclata o al plastic-free? I primi segnali non sembrano molto incoraggianti, il focus almeno momentaneamente pare essersi almeno in parte allentato, anche in termini di disponibilità a concedere un maggior prezzo a fronte di prodotti veramente sostenibili.

Un augurio per i prossimi mesi sul tema dell’economia circolare?

Che la ripartenza consenta di agire sulla formazione al produttore e al consumatore, e migliori la comunicazione anche da parte degli organi di stampa per ricominciare in maniera virtuosa. Auspico che possano trovare un risalto crescente iniziative come quella dell’11 marzo da parte dell’Unione Europea, che ha varato un aggiornamento del piano sull’economia circolare con norme ben precise sul packaging, come anche sul plastic free e sulla responsabilità del produttore nei confronti di prodotti durevoli.

Concertazione tra sindacati, associazionismo, politica, cittadini, consumatori: questa è la ricetta che serve e che mi auspico. L’economia circolare non ha la capacità di auto-realizzarsi, serve invece una precisa programmazione politica. Occorre quindi affiancare agli interventi di sostegno in fase di avviamento, come gli ecobonus al 110% per le ristrutturazioni casa, analoghi progetti di economia circolare per incentivare sia produttori sia consumatori.

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