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FCA, facciamo chiarezza

di Anna Maria Romano, CGIL Toscana, Vice-Presidente di UNI-Europa Finance, esperta di problemi finanziari di CTS OpenCorporation

La vicenda di FCA che chiede il prestito garantito dallo Stato ha suscitato polemiche di segno diverso, con una discussione che rischia di assumere toni da stadio. Proviamo a contribuire cercando di fare chiarezza su ciò che è stato detto, usando un po’ di numeri.

1) Sfruttando le regole previste dal Dl Liquidità, Fca Italy sta  trattando con Intesa Sanpaolo  un prestito di 6,3 miliardi di euro garantito dalla Sace, la società assicurativo-finanziaria della Cassa depositi e prestiti (e quindi dello Stato Italiano). Come ogni altra società con più di 5 miliardi di fatturato, FCA Italy può chiedere a una banca un prestito per una cifra fino al 25% dei suoi ricavi del 2019 (ecco perchè proprio 6,3 miliardi) ad un tasso agevolato. Gli interessi sono bassi perché la banca è garantita da SACE per il 70% del credito: ciò significa che se Fca Italy non dovesse rimborsare Intesa Sanpaolo, la banca sarebbe risarcita per circa 5 miliardi di euro con soldi pubblici.

2) FCA Italy ci fa sapere che i 6,3 miliardi in prestito transiteranno su nuovi conti dedicati al pagamento dei fornitori. In questo modo Fca sostiene di apportare subito liquidità all’indotto, finanziariamente provato dalla situazione.

3) Per le regole previste dal Dl Liquidità, Fca Italy quest’anno non potrà distribuire dividendi: ha, quindi, già annunciato che ritirerà gli 1,1 miliardi di euro dovuti agli azionisti sul bilancio 2019. Non si hanno invece aggiornamenti sui 5,5 miliardi di euro di dividendo straordinario che l’azienda dovrebbe pagare agli azionisti per perfezionare la fusione con Psa (Peugeot).

4) FCA (la sua holding, società cui fanno capo le varie partecipazioni anche industriali,  che vuol dire capogruppo o casa madre) fu trasferita da Torino ad Amsterdam da Sergio Marchionne principalmente per diversi motivi:

  • Le regole olandesi sulle azioni privilegiate, che danno significativi vantaggi agli azionisti storici, permettendo di mantenere il controllo nel CdA anche con una quota di minoranza. Exor, la finanziaria degli Agnelli (anch’essa olandese, come pure Ferrari), in FCA ha il 30,8% delle azioni ma il 46,1% dei diritti di voto.
  • Il secondo motivo del trasloco ha ragioni prettamente fiscali. Con la sua complessa architettura tra Olanda e Regno Unito, Fca risparmia cifre difficili da determinare ma sicuramente significative. Inoltre, risparmia sui guadagni da cessioni/partecipazioni (PEX)(1) e sulle royalties.
  • La tassazione sugli utili finanziari ( capital gain) è più vantaggiosa proprio per le holding, che possono così distribuire un dividendo netto maggiore ai soci.

Dei 5,5 miliardi di quella cedola straordinaria che FCA dovrebbe distribuire al termine del matrimonio con Peugeot, il maggiore beneficiario sarà ovviamente Exor,  la quale  incasserà 1,45 miliardi; ma questo dividendo cresce in ragione dell’esistenza  di scatole societarie,  fino alla “Giovanni Agnelli BV”, storica finanziaria di famiglia, anch’essa di diritto olandese, che governa il 53% di Exor. Si stimano  770 milioni per i suoi soci.

Vi gira la testa?

Una delle preoccupazioni nel considerare le obiezioni a chi dice che il prestito comunque va dato, perchè serve per mantenere il lavoro in Italia, sta nella prevista fusione con PSA

“Ci viene in aiuto la precedente operazione transfrontaliera di Fiat in occasione della fusione per incorporazione in Fca, comprendente la statunitense Cnh, allorché, nel 2014, i vertici del Gruppo decisero di spostare la sede legale della nuova Fiat Chrysler Automobiles in Olanda e quella fiscale a Londra. Quell’operazione, come si legge nella relazione illustrativa del Cda al paragrafo dedicato ai “Riflessi tributari” del progetto, era «fiscalmente neutrale per quanto riguarda le attività di Fiat che resteranno connesse alla stabile organizzazione italiana». Su quanto ha continuato a produrre e vendere negli stabilimenti e attraverso le società finanziarie e commerciali italiane, quindi, la Fca con sede legale ad Amsterdam e fiscale a Londra ha continuato a pagare le imposte in Italia. A partire dall’imposta sui redditi d’impresa (Ires) portata nel 2017 al 24% e da quella regionale sulle attività produttive (Irap) con aliquota base al 3,9%. Le circa settanta società di Fca e dunque della futura Fca- Psa continueranno a essere soggette nel nostro Paese a tutti gli obblighi di natura tributaria e ai connessi pagamenti d’imposte. Nel 2016, tanto per quantificare, Fca, Cnh e Ferrari hanno versato complessivamente imposte per 1,9 miliardi, mentre la controllante Exor avrebbe pagato solo 6 milioni se non avesse dovuto saldare la cosiddetta “Exit tax”, l’imposta che il Fisco italiano impone a chi sposta la propria sede e i propri asset all’estero, per 170 milioni di euro.”

Marco Girado, in Avvenire.it

Allora è tutto a posto? Quale è il senso del trasferimento tanto inviso da noi italiani?

Sempre Girado osserva che il fisco italiano

ha invece perso con la Fca olandese-inglese e continuerà a perdere con la futura Fca-Psa forse tutta olandese le imposte sui redditi distribuiti agli investitori non italiani e le imposte relative ai futuri apprezzamenti degli asset non riferibili fiscalmente all’Italia.”

Marco Girado, in Avvenire.it

Ma non solo: «Se dovessimo essere trattati come una società residente in Italia dal punto di vista fiscale – scrive Fca a pagina 88 del suo ultimo bilanciosaremmo soggetti alla tassazione fiscale sui nostri ricavi mondiali e ci sarebbe richiesto di adeguarci alle ritenute alla fonte e agli obblighi di reporting previsti dalla legge italiana, il che potrebbe comportare costi e spese aggiuntivi».

Non c’è bisogno di inventare nulla: è dichiarato apertamente nel bilancio pubblico di FCA.

Quindi è vero che Fca Italy paga le tasse in Italia sulla sua attività italiana, ma poichè ha spostato la sede fiscale nei Paesi Bassi ed, in parte, nel Regno Unito,  questo gruppo ha trasferito altrove la parte più consistente della tassazione sui profitti e sui dividendi che paga agli azionisti. In bilancio di Fca ci viene fornito solo il totale complessivo della sua spesa fiscale e non troviamo i dati dettagliati  per singolo Paese. Per saperlo, dovremmo avere piena trasparenza dei country by country reports. Però sappiamo che il totale globale nel 2019 è ammontato a 1,3 miliardi di euro. Dei dettagli dei rapporti con il fisco italiano per il 2019 nel bilancio c’è scritto solo che l’Irap versata ammontava a 6 milioni di euro.

Lo strumento principale dell’elusione fiscale delle multinazionali è il profit shifting, cioè i trasferimenti di fondi infragruppo:  il meccanismo con cui le aziende internazionali riescono a spostare i loro redditi negli Stati dove le tasse sono più basse sfruttando una serie di escamotage legali e finendo per pagare quasi nulla di imposte. Tanto per capirci, il ramo finanziario di un’azienda in un paese può fare un prestito a quello in un altro paese, e in questo modo i profitti emergono nel primo, dove magari sono tassati pochissimo. Se la casa madre è a Londra, c’è una tassazione secca del 5 per cento, regime molto favorevole rispetto ad altri paesi, compresa l’Italia.

Ma il problema non è solo italiano e questo meccanismo funziona anche, in negativo, a discapito dell’Europa tutta a favore di multinazionali oltreoceano.

E la preoccupazione europea è anche interna, perché ci si possono travisare azioni capaci di falsare la concorrenza. Tanto per restare in tema, Nel settembre 2019 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha dato ragione alla Commissione europea condannando la Fca a pagare 30 milioni di tasse arretrate al Lussemburgo, che aveva abbonato la somma in virtù di un accordo ad hoc tra azienda e Granducato, ritenuto poi illecito dalla commissaria alla concorrenza Vestager.

Una politica fiscale europea, capace di azzerare e disincentivare questi comportamenti è ormai non più rinviabile. Partendo da un piano economico, le diversità di tassazione in un’Europa integrata e nella prospettiva di un’unione anche politica, rappresenta un costo per il sistema produttivo europeo, non consentendo il pieno sfruttamento delle potenzialità date dall’integrazione stessa, puntando su capacità innovativa e di sviluppo dell’intera Europa.

Ma più ancora metterebbe in campo un’idea di giustizia economica e sociale, che ora più che mai serve ad una nuova e migliore visione dell’Unione.

Ma qui si parla di una questione che si svolge in casa nostra. E soprattutto parliamo di un tema che di solito entra nel linguaggio delle multinazionali solo come strumento di marketing: il valore collettivo e sociale di un’impresa, la mitica responsabilità sociale. Non è con i giochi di prestigio in punta di norma che si può costruire una reale concorrenza competitiva, innovazione e futuro.

Del valore sociale ed etico del fisco abbiamo già parlato: cosa significa i gettito fiscale per uno Stato, dove e come vengono investiti i soldi per costruire un più o meno efficiente Stato sociale, capace di far tornare alla popolazione la ricchezza redistribuita in forma di servizi pubblici per tutti. Questo da solo imporrebbe una politica fiscale molto diversa per essere davvero un’azienda che ha a cuore il tessuto sociale, produttivo, umano del nostro paese. Ma parlare di questo, di giustizia fiscale e di etica della cosa pubblica quando c’è di mezzo FCA diventa immediatamente scomodo e scottante, divisivo. Perché sul piatto FCA mette immediatamente il ricatto del mantenimento del lavoro, ingiusto in questo tempo difficile ancora di più. Proprio non è il momento di stringere la morsa della delocalizzazione intorno alle trattative.  E non si può non tenere conto che il prossimo piano industriale non sarà con FCA, ma con un nuovo gruppo, presieduto da Elkann, ma in mano francese.  Questo FCA lo sa bene.

(1) Con la “Riforma Tremonti” fu introdotta una misura volta ad agevolare il trattamento fiscale delle plusvalenze e delle minusvalenze derivanti da partecipazioni strategiche: la Participation exemption (PEX), ovvero uno strumento mediante il quale tutti i ricavi derivanti dalle partecipazioni sono soggette a tassazione IRES, però su una percentuale minima di reddito imponibile. Uno dei requisiti per ottenere questo vantaggio è che la società partecipata non deve risiedere in un paradiso fiscale, ma in uno Stato della cosiddetta white list

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