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Informazione e consultazione alla prova del Covid-19: la videoconferenza

di Giorgio Verrecchia, esperto di Diritto del Lavoro di CTS OpenCorporation

Come noto, l’obiettivo perseguito dal legislatore europeo è quello di migliorare il diritto all’informazione e alla consultazione dei lavoratori nelle imprese comunitarie nella sua doppia veste di strumento di tutela dello “sviluppo armonioso” delle attività economiche e di diritto fondamentale dei lavoratori e dei loro rappresentanti.

Oggi, la questione è l’adeguatezza o meno della videoconferenza a raggiungere il risultato richiesto dalla normativa, in quanto l’attuale emergenza sanitaria costringe al distanziamento fisico, e quindi all’impossibilità di svolgere riunioni nella maniera classica. Nello spirito della legislazione europea in caso di “comune accordo” tra le parti vi è sicuramente la possibilità di riunirsi in videoconferenza. Infatti, l’accordo collettivo è la sede privilegiata per la definizione delle modalità di funzionamento della DSN (Delegazione Speciale di Negoziazione) e del CAE (Comitato Aziendale Europeo). Tant’è vero ciò che in mancanza di accordo tra le parti (o in caso di rifiuto della direzione centrale di avviare i negoziati o, ancora, in caso le parti decidano in tal senso), la normativa di riferimento stabilisce che trovano applicazione le c.d. “prescrizioni accessorie”: una sorta di soglia minima di diritti, una safety net che consente che il diritto fondamentale dei lavoratori all’informazione e alla consultazione non venga oltremodo sacrificato per via del mancato accordo tra le parti.

Nel sistema regolativo delineato dalla norma europea tutte le decisioni sono quindi lasciate all’autonomia collettiva, che sola può derogare, sia in senso migliorativo che peggiorativo, a quanto disposto dalla normativa stessa.

Tuttavia, rimane a carico della Direzione centrale l’obbligazione di garantire l’efficacia della riunione, nel senso di mettere a disposizione le massime competenze tecnologiche e la traduzione simultanea, giacché la videoconferenza consente alla società di risparmiare in termini di costi di viaggio e di alloggio. In proposito, dobbiamo precisare che appare in contrasto con la normativa comunitaria e con la natura fondamentale del diritto di informazione e di consultazione, introdurre elementi di valutazione quali il risparmio dei costi di gestione. Quindi non è di per sé anomalo che una riunione sindacale europea avvenga in videoconferenza al fine di garantire il diritto alla salute non solo del singolo rappresentante ma, nel periodo attuale, della salute collettiva.

L’argomento principe della questione è quindi l’accordo delle parti a utilizzare uno strumento alternativo alla riunione fisica. Solo in presenza di accordo è possibile riunirsi in via telematica, a patto che vengano rispettate tutte le prerogative riconosciute ai lavoratori garantite nella riunione fisica. In quest’ottica, molteplici sono i comportamenti che sono richiesti: deve essere garantito il diritto dei rappresentanti dei lavoratori di discutere tra di loro in assenza del datore di lavoro, la riunione non deve essere registrata, le parti devono impegnarsi a non far ascoltare la riunione a soggetti terzi. Infine, la Direzione centrale deve accollarsi tutte le spese necessarie per rendere utile e proficua la riunione: dall’acquisto o messa a disposizione (se già in uso nella multinazionale) di software specifici nonché rimuovere gli ostacoli che di fatto potrebbero rendere impossibile la partecipazione alla riunione telematica.


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