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Spagna nell’emergenza Covid-19: una soluzione comune per uscire dalla crisi e decidere il futuro

di Michela Albarello, segretaria d’Internazionale e Cooperazione di CCOO di Catalunya

Da settimane ormai, in molti paesi europei, si susseguono misure, interventi e reazioni conseguenti l’emergenza sanitaria e, non dobbiamo dimenticarlo, sociale dettata dal COVID-19.

In Spagna, paese gravemente colpito come l’Italia, si sono prese misure di contenimento sanitario e di sostegno all’economia e al lavoro.

Cercando di salvaguardare la salute e il diritto alla vita in modo compatibile con il mantenimento al minimo dell’economia, attraverso successivi decreti legge si sono adottate, principalmente, le seguenti misure:

  • Sospensione dei licenziamenti durante il periodo dello stato di allarme;
  • Introduzione di “erte”, una specie di cassa-integrazione, motivata da forza maggiore e che deve permettere una flessibilità giustificata e pattuita per fare fronte alla contingenza del Covid-19 garantendo l’occupazione;
  • Un permesso retribuito dal 30 marzo al 9 aprile (da recuperare in modo consensuale prima del 31 dicembre 2020) per diminuire ancora più drasticamente gli spostamenti per ragioni di lavoro nei settori considerati non essenziali;
  • Protezione del diritto alla casa con la sospensione degli sfratti che non offrono una alternativa residenziale, per almeno 6 mesi; la proroga automatica dei contratti d’affitto che sono in scadenza; attivazione di un sistema di micro-crediti pubblici a interessi zero per pagare la casa, restituibili in 6 anni; protezione dei piccoli propietari;
  • Proibizione di tagliare l’erogazione dei servizi essenziali (luce, gas ed acqua) a tutta la popolazione;
  • Sussidio di disoccupazione straordinario per lavoratori assunti a tempo determinato, ai quali sia scaduto il contratto in questo periodo;
  • Sussidio di disoccupazione per le lavoratrici domestiche (finora inesistente);
  • Misure di protezione per le vittime di violenza sulle donne;
  • Misure economiche specifiche per le aziende (moratoria per pagare i contributi e determinati servizi, sistema di restituzione crediti, ecc.).

Queste misure e i tempi di applicazione saranno in costante evoluzione per adattarsi al periodo prorogabile dello stato di allarme e alla situazione che ha flussi e riflussi, e che non permette di vedere un orrizonte chiaro.

L’emergenza ha messo comunque in evidenza le fragilità e i punti di forza precedenti l’inizio della pandemia, esacerbando le situazioni limite che da anni si stavano verificando con le privatizzazioni scellerate delle strutture sanitarie pubbliche e l’inasprirsi della precarietà nel mondo del lavoro.

Le misure fin qua adottate sono positive e dimostrano la serietà con cui il Governo sta affrontando la situazione, però in molti casi sono ancora insufficienti.

Come nel caso della conosciuta interrelazione dell’emergenza ambientale, il virus ha messo in evidenza ancora una volta che nel mondo globalizzato non ci sono frontiere. Ci si ammala in Cina, Italia, Colombia o Spagna con gli stessi sintomi, sofferenze e preoccupazioni.

Però la risposta alla situazione potrebbe essere diversa: davanti ad un problema globale, anche la risposta dovrebbe esserlo.

Per ció si dovrebbe lottare contro il dumping sanitario come lo si fa contro quello fiscale, sociale e del lavoro che crea cleavage, disuguaglianza e povertà.

Le diverse misure adottate dai distinti governi con una velocità alternata sottolineano la necessità di una reazione comune. Proprio negli aspetti di massima vulnerabilità per la cittadinanza, le politiche ridiventano locali e, irresponsabilmente, carenti di un orizzonte comune.

Davanti alla grande crisi economica, e quindi occupazionale e sociale, che stiamo vivendo, la decisione di iniettare liquidità ed approvare misure importanti e obbligatorie in seno all’Europa per proteggere i lavoratori e le lavoratrici di tutti i settori e condizioni (precari, autonomi, falsi autonomi, dipendent, ecc.) dovrebbe essere palesemente ben accettata.

La flessibilità di bilancio, il sostegno alle persone che perdono o vedono congelarsi il proprio lavoro, con un chiara e maggior incidenza nelle donne, deve essere una priorità per la Comissione europea cosí come per gli Stati membri. É questione di tempo e, in una misura o in un’altra, tutti i paesi saranno sconvolti dal virus, che non è peggiore del virus dell’egoismo e della visione politica a breve termine.

La proposta che trova appoggio nello stesso trattato di funzionamento dell’Unione europea  (TFUE) di rendere più flessibili l’applicazione delle norme fiscali per sostenere i sistemi pubblici sanitari, le aziende e i lavoratori dovrebbe aprire una futura riflessione sulle priorità necessarie per la gente, in modo coordinato in tutta l’Europa, sotto l’ottica delle intenzioni e concretezze del Pilastro europeo di diritti sociali.

Proprio come si dice nel documento firmato dagli interlocutori sociali europei, negli ultimi giorni: “L’Europa deve dimostrare responsabilità, solidarietà ed efficienza per affrontare quest’emergenza, proteggendo i suoi cittadini, lavoratori e aziende colpite”.

Nonostante la malattia, come la morte, sia inerente ad ogni essere umano, la prevenzione e la capacità di correggerne l’evoluzione non sono uguali per tutti. Tutte le crisi hanno insiti gli elementi di classe. Anche questa non scappa dal modello.


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