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Mappa delle imprese essenziali (DPCM 11 e 22 marzo 2020) per provincia

a cura di Davide Dazzi, Ires Emilia-Romagna e OpenCorporation

Dopo la pubblicazione del DPCM del 22 marzo con l’elenco dei codici ateco delle attività ritenute essenziali, si è aperto un dibattito surreale a cui anche noi, tuttavia, vogliamo partecipare offrendo alcune mappe e dati sul numero di imprese potenzialmente aperte e chiuse e i relativi dipendenti in applicazione dei decreti. I dati qui presentati considerano anche le attività, e quindi i relativi codici ateco di classificazione, ritenute essenziali in applicazione del DPCM dell’11 marzo 2020.

Da un punto di vista analitico, vale comunque la pena sottolineare come il tentativo di disegnare la complessità delle diverse filiere produttive partendo dai codici ateco, e quindi da una classificazione merceologica, sia sicuramente un’operazione che presenta diversi limiti e distorsioni proprio per la natura del dato. E tali limiti siano ancora più evidenti nel conteggio dei dipendenti “al lavoro”.

Qui di seguito vengono presentate delle elaborazioni di OpenCorporation e il Centro Studi Filcams sulle banche dati Bureau Van Dijk – banche dati che raccolgono i dati delle imprese pubbliche e private tenute a presentare i bilanci. La banca dati è dinamica e aggiornata costantemente alla presentazione e riclassificazione dei bilanci, ragion per cui si è scelto di preferire la presentazione dei valori % e non in termini assoluti. Per catturare i dati al 2019 si è scelto di selezionare i bilanci all’ultimo anno disponibile, consapevoli del rischio di includere anche altre imprese registrate ma non più attive nel 2019. I dati sui dipendenti, ovviamente, sono quelli presenti sui bilanci e quindi sono dati quantitativi, nulla dicono se i lavoratori sono già in smartwork, in cassa integrazione o assenti per altri motivi (come già ricordato dal ricercatore Gianluca De Angelis, che ringrazio per il confronto).

Sommano le indicazioni dei due DPCM (11 marzo e 22 marzo) (1) sono oltre 800 mila le imprese rimaste aperte ovvero il 39,9% sul totale delle imprese monitorate a livello nazionale. In Lombardia sono oltre 155 mila le imprese rimaste aperte perché essenziali, ovvero circa il 38,8%. A Bergamo e Brescia la percentuale delle imprese chiuse raggiunge il 65% delle imprese osservate, ovvero un valore leggermente più alto della media regionale e nazionale. In Emilia-Romagna, sono oltre 58 mila le imprese aperte, ovvero il 38% del totale. La mappa dell’Italia mostra come la quota di imprese aperte sul totale vari dal 25,7% (punto minimo) al 50% (punto massimo del totale) con percentuali più alte nelle regioni del Sud Italia, riflettendo differenti strutture del sistema produttivo (in allegato il file dei dati sulle province).

Fonte: elaborazioni OpenCorporation e Centro Studi Filcams su dati Bureau Van Dijk

Sono circa 7,5 milioni (57,6%) i lavoratori dipendenti conteggiati nei bilanci delle imprese considerate essenziali mentre circa 5,5 milioni (42,4%) i lavoratori nelle imprese ritenute non essenziali nei due DPCM considerati. In Lombardia sono oltre 2,1 milioni di lavoratori potenzialmente al lavoro nelle imprese essenziali, ovvero il 58% del lavoratori totali osservati in regione. A Bergamo e Brescia i lavoratori rilevati nei bilanci delle imprese aperte perché non essenziali sono rispettivamente il 56,4% e il 43,4%. In Emilia-Romagna i lavoratori dipendenti delle imprese essenziali sono circa 650 mila il 53,2% del totale osservato. L’osservazione della mappa nazionale mostra come la quota di dipendenti al lavoro vari dal 29,7% all’89,4% mostrando le percentuali più alte sempre nelle regioni del Sud, sebbene in forma meno marcata (in allegato il file dei dati sulle province) .

L’Italia, tuttavia, non è il solo Paese impegnata ad individuare criteri per attribuire il carattere dell’essenzialità a parti del sistema produttivo. Nel Regno Unito sono state prodotte delle linee guida per mantenere l’offerta formativa, oltre ai profili a più alta marginalità sociale, anche per i figli di chi lavora nei settori strategici per garantire una risposta efficace al Covid-19: sanità, assistenza sociale, educazione, enti locali e di governo nazionale, trasporto, servizi finanziari, public utilities, sicurezza pubblica, produzione, trasformazione e distribuzione alimentare e servizi di comunicazione. E’ di interesse osservare come se in Italia, almeno da un punto di vista formale, si proceda a sospendere le attività non essenziali, nel Regno Unito il carattere dell’essenzialità sia costruito sulla capacità di risposta al covid-19.

(1) Il DPCM del 22 marzo oltre ad indicare i codici ateco delle imprese ritenute essenziali riconferma anche come essenziali le attività già definite nel DPCM dell’11 marzo 2020, ovvero attività relative principalmente al commercio al dettaglio e ai servizi alla persona

One Comment

  1. […] la via dei bilanci depositati dalle imprese, raccolti in una banca dati privata, per allestire una mappa dell’essenzialità. Nel caso specifico, questo approccio coglie la questione di fondo: se il codice Ateco descrive le […]

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