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Summit imprese responsabili- New York, 18-19 Marzo 2019

a cura di Ornella Cilona

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Oltre cento persone, fra partecipanti e relatori, hanno presenziato al Responsible Business Summit, organizzato a New York dal 18 al 19 marzo 2019 da Ethical Corporation,una società inglese che offre servizi di consulenza, prepara ricerche e organizza eventi sui temi legati alla sostenibilità. Il convegno era rivolto soprattutto alle società statunitensi, con un’attenzione molto forte ai temi ambientali e un minore interesse a quelli sociali.

Tre considerazioni generali possono ricavarsi dagli interventi e dalla discussione che si sono susseguiti durante il Summit.

In primo luogo, alcuni relatori hanno affermato che spetta ai grandi gruppi, più che alle pubbliche amministrazioni, di impegnarsi a favore della società e dell’ambiente e questo è molto significativo. Questa enunciazione, che riflette anche il contesto nordamericano della conferenza, implica che una parte (sempre più rilevante) degli investitori finanziari e delle multinazionali intende assumersi in prima persona la responsabilità di attuare politiche di sostenibilità sociale e ambientale. Il rischio è che questa assunzione di responsabilità metta fuori gioco le richieste e le posizioni scomode dei sindacati e delle ONG, nonché di una parte della pubblica amministrazione, poiché i grandi gruppi “sono già sostenibili”. L’interazione con gli stakeholder, a sentire alcuni degli intervenuti, sembra, infatti, un atto formale – anche se pubblicizzato con enfasi – mentre non è stata fatta quasi menzione del rapporto con i sindacati, come se le politiche aziendali di sostenibilità sociale non avessero bisogno di confrontarsi con le organizzazioni dei lavoratori. Un episodio a riprova di ciò: ho tentato, tramite Sli.do (https://www.sli.do/ applicazione interattiva che consente al pubblico di proporre richieste ai relatori) , di porre una domanda a una dirigente di un grande gruppo sui rapporti con il sindacato in merito alle iniziative di diversità e inclusione da loro attuate. La domanda, però, è stata “censurata” da Sli.do e non è mai arrivata all’interlocutrice.

Una seconda considerazione riguarda l’interpretazione che è stata data dai relatori del termine “sostenibilità”, intesa nella maggior parte dei casi come ambientale e non anche sociale. Molti interventi si sono, infatti concentrati sulla riduzione delle emissioni di CO2 o sul riutilizzo dei rifiuti a fini industriali. Sono stati molti di meno, invece, quelli che hanno parlato di sostenibilità intesa come difesa dei diritti sociali e del lavoro. Per di più, questi interventi lasciavano intendere che il problema della violazione dei diritti umani riguardasse i Paesi emergenti e non anche quelli maggiormente sviluppati.

Una terza considerazione (“maligna”) è il sospetto che dietro l’attenzione reale che oggi dimostra il mondo delle imprese statunitense nei confronti della sostenibilità ci sia il timore di perdere l’appoggio da parte dei maggiori investitori finanziari. Sembrano finiti i tempi in cui Jack Welch, amministratore delegato di General Electric negli anni ‘80 del secolo scorso, era considerato dal mondo finanziario un modello insuperabile di manager perché faceva profitti ai danni dei lavoratori con un’etica discutibile degli affari. Oggi gli investitori finanziari più avveduti non mettono denaro in imprese poco trasparenti e con una reputazione etica compromessa perché soltanto le società più solide assicurano profitti consistenti a medio e lungo termine. Ecco dunque affacciarsi il sospetto che per i grandi gruppi, così come per le medie imprese, fare sostenibilità è (anche) un mezzo per assicurarsi un futuro sereno di investimenti.

Photo by Pedro Lastra